Joseph Cambray

L’EMERGENTE IN PSICOLOGIA ANALITICA

Milano, Febbraio 2007

Joseph Cambray , Ph.D,MSN, NCPsyA, IAAP

Articolo pubblicato per gentile concessione dell’Istituto di Milano del CIPA (Centro Italiano di Psicologia Analitica)

INTRODUZIONE

La capacità umana di scoprire (e attribuire) modelli al mondo è un prodotto della nostra storia evolutiva.Il vantaggio per l’adattamento è cresciuto assieme a questa caratteristica, anche se a volte tali modelli comportano creazioni soggettivepiù che fatti esterni.L’altro versante di questa tendenza a ideali conoscitivi è l’urgenza forse anche più forte a semplificare la nostra capacità conoscitiva del mondo nei termini della conoscenza delle parti che lo compongono, cercando l’ultima pietra angolare della realtàtramite una analisi riduttiva.Il potere dell’approccio riduttivo è stata una forza determinante nella visione scientifica del mondo occidentale fin dal XVII secolo.Nonostante ciò, l’interesse per l’olismo è stato persistente come contro-posizione nel corso degli ultimi tre secoli.

Mentre lavorava alla sua psicologia, Jung si avvicinò a entrambi gli orientamenti della scienza e della filosofia così come le conosceva, ma ebbe una forte attrazione verso le formulazioni olistiche.Le sue fonti più immediate per l’olismo si possono ritrovaresia nei suoi precursori legati alla tradizione Romantica Tedesca in cui egli si identificava e negli scienziati suoi contemporanei che stavano articolando nuovi paradigmi, come i fisici dei quanti e della relatività noti a Jung.Tuttavia, l’esplorazione scientifica dei sistemi, specialmente dei sistemi complessi, era ancora agli inizinegli ultimi anni della vita di Jung.Nei decenni che seguirono si verificaronogli sviluppi maggiori nella comprensione dei sistemi complessi, in particolare alcuni sviluppi delle loro caratteristiche olistiche.Alla luce di queste scoperte, è stata avviata una revisione del nucleo dei concetti di Jung,e ciò potrà aiutare sia a approfondire e apprezzare maggiormente il fenomenale intuito nonché contribuirea rivitalizzare la psicologia analitica.

Un aspetto particolarmente rilevante dei sistemi complessi da questo punto di vista è l’ “emergente”; una nozione che ha trovato crescente uso e applicazione in diverse discipline.Prima di addentrarciin una definizione scientifica del termine, vorrei dare una più ampia reintroduzione dell’idea.

IL BACKGROUND MITOLOGICO

Etimologicamente, in accordo con l’OED, la parola “emergenza” deriva dal latino, essendo una combinazione di ē: fuori + mergěre: immergere, e il primo significato evidente è “estrarre (un corpo immerso) fuori dall’acqua” con la relazione affine a “sorgere (da sotto) la terra”. Queste definizioni sono sensorialmente descrittive, basate su effettivi elementi e, al tempo stesso, implicitamente mitopoietiche. I miti della creazione che coinvolgono immagini di emergenza dalla terra o dall’acqua dei primi antenati, o dal mondo stesso dalle acque del caos,sono rintracciabili attraverso tutta la storia e tutte le culture, dall’Antico Egitto e dall’Assiria alla Melanesia e tra gli indigeni delle Americhe; allo stesso modo, elementi di emergenzasono riconoscibili nelle narrazioni Norse, Greco-Romane e Cristiane-Giudaiche. Considerate nel loro insieme queste narrazioni e il loro associato immaginario, sembrano manifestare un modello transculturale, di aspetto archetipico, simbolico di nascita e rinascita, e formano il profondo background delle successive elaborazioni del concetto scientifico di emergenza.

I miti sull’emergenza di identità culturale presuppongono in genere un mondo già preordinato, spesso con soggetti che vivono sotto la superficie terrestre ma che cercano di raggiungere un luogo più ospitale, vale a dire, tendono a riferirsi a creature di origini e aspetti legati a stati o qualità di coscienza piuttosto che strettamente cosmogoniche. Questo viene chiaramente esemplificato nelle eloquenti storie di creazione per emergenza degli Indiani del Sud Est d’America. Ad esempio, nelle cerimonie dei Navajo Blessingway si trovano raffigurazioni dell’emergenza di progenitori tribali e dellaloro ascesa e/o migrazione, così come si vede nella Fig. 1 (qui si rappresenta l’emergere della Nazione Navajo; notate l’apertura sotto al personaggio principale; altre immagini di emergenza vengono a volte usate nelle composizioni di sabbia associate al Kinaalda, illustranti il menarca delle fanciulle). Nei miti associati, gli antenati lottano alla ricerca della via d’uscita dapprima da un oscuro mondo sotterraneo e in seguito da una serie di mondi imprigionanti sino a che non riescono ad emergere trasmutati (come per esempio da insetti ad esseri umani) nel nostro mondo attuale, il Quiinto Mondo nel mito Navajo, in una simbolica (ri-)nascita dalla Madre Terra; in alcune versioni si parla anche di un Sesto invisibile e spirituale Mondo.

La potenzialità delle transizioni verticali attraverso una serie di livelli dell’essere o della realtà, sempre inerenti ai miti dell’emergenza, è più chiaramente rappresentato nella fig. 2. Presa da una cultura totalmente differente, l’Antico Egitto, rappresenta una barca del sole a forma di poggiatesta; è tratto dai Papiri di Anhai della XXma Dinastia, e al suo centro, dove dovrebbe posarsi il capo, il “cumulo primordiale” a forma di scala. Questo cumulo, identificato come il seme solidificato del Grande Dio Atum, emerge dalle acque del caos e la barca naviga in cima alla striscia d’acqua verticale che ricopre la parte centrale dello scafo. L’equivalenza barca/cuscino sottolinea il parallelo tra il sole, con il suo viaggio notturnoattraverso il mondo inferiore e il suo risorgere al mattino, e il capo con la sua microcosmica discesa notturna nel buio dell’inconscio attraverso il sonno e il sogno, e il ritorno alla luce e alla coscienza del mattino. Come ornamento funerario, il cuscino amplia questa propensione alla transizione nell’aldilà suggerendo la resurrezione in un mondo divino (basamenti a piramide e scala sono spesso parte dell’iconografia di Osiride, v. Wilkinson 1992, 150-51). Più in generale, il cumulo primordiale rappresentato come scala suggerisce molteplici livelli di emergenza – un fenomeno di gestazione (come per le bambole russe che ne contengono altre sempre più piccole); nei sistemi complessi viene spesso osservata questa gestazione gerarchica.

L’EMERGENZA DAL XVII SECOLO A META’ DEL XX

Agli inizi del XVII secolo, con il crescere della visione scientifica del mondo in Occidente, il concetto di “emergenza” cominciò ad acquisire ulteriori sfumature. Molti fenomeni della natura iniziarono ad essere minuziosamente studiati da quei filosofi che cercavano più precise indicazioni che, collimando con la crescente sofisticatezza di osservazioni e teorie matematiche, potessero essere applicate a tali osservazioni. Anche il linguaggio, usato con altrettanta cura, cambiò e raffinò l’uso delle parole. Così l’espressione usata dal proto-chimico Robert Boyle (nel 1667) del relativo galleggiamento dei liquidi immiscibili, fu sostituita da una più semplice “emersione in superficie di un liquido molto più pesante”. Oppure, l’uso di alcuni termini usati da Newton per descrivere i suoi esperimenti in ottica, nello specifico l’uso di un prisma per rifrangere la luce in tante componenti di colore, quando annotava (nel 1676) : “i casi di rifrazione furono…. pari all’emergente”.

Nello stesso periodo l’enciclopedico G.W. Leibniz – co-scopritore del calcolo la cui nozione di armonia prestabilita tra monadi fece da precursore all’idea di sincronicità di Jung – usò per la prima volta il termine “supervenienza” similmente all’uso moderno che ne fanno i filosofi della mente. Con questo termine Leibniz intendeva una sincronica, non cartesiana relazione tra corpo e mente, coerente con una prospettiva dell’emergenza come io ho recentemente sostenuto (2005).

Similmente, il suo lavoro sulle ipotesi del continuum e le vedute sulla natura di spazio e tempo come inerentemente relazionali servono come precursori significativi alla moderna teoria del campo, specialmente come essa è stata sviluppata da Einstein che si professava “leibniziano” (Agassi, 1969; Jammer, 1954).

L’intuizione di Leibniz della supervenienza rimase nell’oscurità per quasi 250 anni prima di essere riportata in vita dagli emergentisti inglesi dei primi anni del XX secolo.Una delle più significative figure di questo movimento per lo sviluppo del pensiero junghiano è Convoy Lloyd Morgan, il cui libro del 1896 Abitudine e istinto, con i suoi esempi entomologici come il taglio delle foglie e la tarma yucca,fu per Jung fonte della sua teoria degli archetipi così come recentemente sostenuto da George Hogenson (2001). Le conferenze di Morgan a Gifford del 1922 sull’ “Evoluzione Emergente” includevano il riconoscimento del ruolo fondamentale di Leibniz in questo paradigma:Cerchiamo di capire quanto Leibniz, nella sua gerarchia delle monadi, anticipò l’ordineascendente dei livelli che è la caratteristica cardinale nell’interpretazione emergente. (Morgan 1927, p.294)

Mentre le idee emergentiste venivano vivacementedibattute dagli anni ’20 ai ’40, a causa delle loro formulazioni speculative e largamente filosofiche, con l’avvento della biologia molecolare sperimentale esse non potevano competere con l’argomento più preciso in termini scientifici essendo articolato per i sistemi biologici, specialmente a seguito dell’annuncio trionfale di Watson e Crick sulla struttura del DNA rivelata dalla cristallografia a raggi X nel 1953.La più riduttiva, strettamente deterministica posizione della biologia molecolare con i suoi impressionanti risultati dominò le scienze biologichefinchè la creazione di modelli da parte dei computer a alta velocità associata con la teoria della complessitàiniziarono a guardare ai problemi che stavano al di là delle capacità delle soluzioni riduttive; ciò sta ora cambiando e i sistemi auto organizzati assieme ai processi emergenti stanno divenendo un aspetto accettato della scienza contemporanea.

L’emergente come concetto tratto dalla Teoria dei Complessi dei sistemi dinamici si riferisce all’osservazione dell’interazionetra agenti locali che producono risultati che operano a un livello di organizzazione sopra quello degli agenti stessi, ad esempio, l’auto-organizzzazione in un sistema di complessioltre ciò che può essere spiegato dallo studio degli individui coinvolti.Questa auto-organizzazione non richiede una struttura preformata né dipende dalle direttive di una entità sopraordinata, ma nasce spontaneamente dall’interazione delle sue parti componenti.Il documentato, collettivo sincrono illuminarsi di decine di migliaia di lucciolemalesi è un esempio (Camazine et. al. 2001 – Fig. 3: l’immagine dell’illuminarsi sincrono in una scena notturna di accoppiamento).La sincronizzazione è compiuta senza alcun leader o spunto esterno coordinante e è basata solamente su interazioni locali (accoppiamento ottico di oscillatori ).Un altro esempio osservato nel mondo degli insetti è stato notato in Scientific American da Diane Martindale:

Centinaia di colonie di larve d’insetto si raggruppano per mimare l’aspetto e il colore di un’ape femmina. Quando un maschio d’ape in amore tenta di accoppiarsi, le larve si attaccano alla peluria del suo corpo.Quindi, quando il maschio ingannato si accoppia con una vera femmina d’ape, le larve si trasferiscono sul suo dorso e si introducono nell’alveare dove trovano il polline.Il comportamento cooperativo delle larve è stato di fatto sconosciuto nel mondo degli insetti eccetto che tra le specie sociali come le api e le formiche.La ricerca rileva inoltre che i raggruppamenti di larve d’insetto devono anche avere un odore simile a quello delle api femmine, poiché delle imitazioni non ingannano il maschio d’ape.

L’ “apeggiare”collettivo (fig. 4) appare come una forma emergente di adattamento.

La mente è vista da molti neuroscienziati e filosofi come emergente dal sottostante processo neurale nel corpo; (il dibattito filosofico in questa area è stato focalizzato sul grado di supervenienza (della mente sul cervello), dove un set superveniente di proprietà è considerato come qualcosa in più di quanto potrebbe essere ottenuto dalla riduzione eppure meno di ciò che la piena separazione o dualità concederebbe).I processi emergenti generalmente operano in modo ottimale a margine di ordine e caos, e sono visti come il luogo della nascita della alla vita, della psiche, e della mente, in un modo molto consistente e che conferma le storie mitopoietiche appena menzionate.In questo contesto il caos non significa assoluta casualità ma informazione così complessa che non può essere descritta senza difficoltà, specialmente in termini matematici – questa è la casualità deterministica della teoria del Caos così come è stata resa popolare da James Gleick (1987).

Nel corso dell’ultimo secolo le prospettive olistiche e sistemiche sono state portate avanti da filosofi, come Alfred North Whitehead e Michel Polanyi, teologi come Theilhard de Chardin, e sviluppate da scienziati come Nornert Wiener con i suoi “Cibernetici”, fondati nel 1947.La storia di questo campo è ovviamente al di là dei limiti del mio discorso di oggi, ma è importante capire che Jung era interessato a questi sviluppi come quando si riferisce alla psiche come a un sistema auto-regolante.

Sebbene Jung potesse basarsi solo su studi sull’auto-regolazione, egli fu capace di procedere servendosi di questi per intuire vari principi di auto-organizzazione e emergenza.Così applicando queste idee ai problemi filosofici e alla loro trascendenza egli commenta in Opere 13:

…Ho imparato che tutti i più grandi e importanti problemi della vita sono fondamentalmente insolubili.Devono essere così, poiché essi esprimono la necessaria polarità inerente ogni sistema auto-regolante.Essi non possono mai essere risolti, ma possono soltanto crescereMi sono quindi chiesto sequesto divenire troppo grandi, questa possibilità di ulteriore sviluppo psichico, non fosse la cosa normale, e se questo rimanere bloccati in un conflitto non fosse patologico.Ognuno deve possedere quel livello superiore, almeno in forma embrionale, e deve essere capace, in circostanze favorevoli, di sviluppare questa potenzialità.

(par. 18, mio corsivo)

Mentre l’opposizione binaria di questo modello può essere contestata, la teoria junghiana di compensazione con l’emergenza di un “terzo” come realtà trascendente che aiuta a superare le patologie indica che le paure per o la resistenza alla potenzialità che sto identificando come “emergente” è una fonte primaria di psicopatologia.In terapia spesso intervengono impasse dove c’è un blocco all’emergente per difficoltà ditransfert e/odi controtransfert. Il modello di Jung è dunque un approccio profondamente sistemico alla sofferenza umana.

COMPLESSO E EMERGENZA IN PSICOLOGIA ANALITICA

Fin dai tardi anni ottanta gli psicologi di varie scuole si sono rivolti a nuovi paradigmi scientifici, specialmente alle teorie del caos e della complessità,per comprendere a fondo i processi psicologici.Con ciò un certo numero di psicologi analisti hanno cercato di apportare variazioni aisistemi del pensiero di Jung.Ci fu un tentativo iniziale nel 1989 quando Joanne Wieland-Burstonpubblicò Chaotische Gefuhle (Tr. Ingl. Chaos and Order in the World of the Psyche, 1992) che si concentrava su una lettura poetica e psicologica delle esperienze di caos con la necessità compensatoria dell’ordine.Nel 1991 il Journal of Analytical Psychology pubblicò due articoli di J.R. Van Eenwyk’s “Archetipi: gli strani attrattori della psiche” e “L’analisi delle difese” che intendevano applicare idee che venivano dallo studio dei frattali e della teoria del caos,alla teoria dei complessi di Jung con attenzione alle conseguenze cliniche.Nonostante un buon inizio, questi studi soffrono di una eccessiva enfasi sui sistemi oscillatori come modelli adeguati ai processi psicologici.Queste relazioni dal mio punto di vista non riescono a costruire una teoria realmente integrata ma piuttosto fanno assegnamento sull’ analogia e possono scivolare verso lo scientismo.Ciò può essere dovuto soprattutto alla presentazione prematura in termini di scienza usata in quanto idettagli dei sistemi adattativi complessuali erano allo stadio preliminare e le vedute emergentiste cominciavano solo allora a essere articolate.Una intuizione di Van Eenwyk’s che raccomanda una maggiore cura è la sua conclusione tratta dalla prospettiva della Teoria del Caos che “l’analisi delle difese deve procedere attraverso amplificazione” (1991b).Questo comporta riconoscere quanto l’amplificazione può attivare processi che aiutano a dissolvere i vecchi, esausti modelli di difesa permettendo che emergano modelli più adattivi.In un modo parallelo nel nostro capitolo sui metodi analitici abbiamo discusso l’amplificazione come un mezzo perfavorire l’emergenza, relazionandola alla generazione di scale-free networks con proprietà auto-organizzanti come dettaglieremo un po’ più avanti.

Un ulteriore passo avanti grazie alla teoria del caos,giunse con la pubblicazione dal fondamentale articolo del 1996 di David Tresan “Metapsicologia junghiana e Teoria Neurobiologica” (JAP 41(3), 399-436) che più direttamente connetteva contemporaneamente gli sviluppi della scienza dei complessi con la filosofia della mente e la ricerca neurobiologica.Qui i termini emergenza e supervenienza vengono introdotti (sebbene senza il riferimento a Leibniz) nella letteratura della psicologia analitica con una speciale enfasi sulla loro rilevanza per il modello junghiano della mente.Tresan procede fino a vedere le qualità emergentiste della teoria e pratica di Jung come “la più acuta e comprensiva ragione teoretica per la sua rottura con Freud”(p.407) e mette in contrasto le riduzioni filogenetiche con l’amplificazione archetipica.

Il ritmo dello studio sull’auto-organizzazione all’interno dei sistemi complessi accelerò drammaticamente durante gli anni ’90 in parte proprio per gli spettacolari avanzamenti del potere dell’uso del computer che divennero disponibile attraverso il progresso dell’hardware e i corrispondenti sviluppi nel software.Attingendo a questo ambito di ricerca in un articolo del Journal of Analytical Psicology del 2001 (“Archetipi, complessi e auto-organizzazione”) il matematico Peter Saunders assieme all’analista junghiana Patricia Skar proposero i complessi come qualcosa che nasce dalle caratteristiche auto-organizzanti del cervello/mente.Nelloro modello l’archetipo al nucleo di un complesso è postulato come una proprietà emergente del sistema.Saunders e Skar indicano anche la congruenza del loro modello con la scoperta e lo sviluppo di Jung dei concetti del complesso del tono affettivo, seguito storicamente dall’articolazione degli archetipi.Qualche mese più tardi, Maxson McDowell (2001) nel JAP tentò di presentare una visione alternativa, sostenendo che l’archetipo-in-quanto-tale è “un pre-esistente principio di organizzazione” che egli ritiene possa essere “definito in modo preciso in termini matematici”; questo modello ha incontrato meno successo probabilmente perché la sue qualità emergentiste sono minimizzate.

Per contro,Jean Knox ha scritto in modo esteso sullo sviluppo del mondo interiore.Per la Knox la rilevanza della teoria degli archetipi le giunge attraverso la comprensione della teoria dell’attaccamento insieme alle neuroscienze conoscitive.Se da un lato essa arriva a una posizione radicalmente emergentista, pure le sue vedute lo sono meno che in Skar e Saunders, o Hogenson (v.i.) dal momento checonsidera un vincolo interiore aprioristico nella forma dell’archetipo-in-quanto-tale, sebbene lo tratti come “un primitivo abbozzo o Gestalt senza informazione o contenuto rappresentazionale” (2003, 64).

Numerose pagine fondamentali di George Hogenson, dal 2001 a oggi, hanno portato avanti un punto di vista fortemente emergentista del modello junghiano di psiche che considera gli archetipi totalmente emergenti cioè che essi si manifestino autonomamente attraverso l’interazione del cervello con l’ambiente circostante, naturale e umano e che non ci siano modelli preformati in attesa di essere portati alla luce. Da una prospettiva storica, Hogenson colloca il punto di vista di Jung sugli archetipi all’interno della tradizione filosofica e scientifica che ritrova in Leibniz, Kant e specialmente Goethe: per maggiori dettagli su questo punto rimando al relativo capitolo dellibro. Le dimensioni storiche dei temi emergentisti di Jung vengono esplorate da Hogenson nella sua relazione del 2001 “The Baldwin effect: a neglected influence on C. G. Jung evolutionary thinking”. Baldwin scrisse sull’interazione tra cultura e evoluzione, mantenendo una posizione strettamente darwiniana; i suoi modelli hanno recentemente avuto un ritorno di interesse grazie alla computazione a alta velocità che permette la verifica di un gran numero di previsioni da lui fatte sul modo in cui l’evoluzione può essere collegata alle forze culturali. Il pensiero di Baldwin fu strettamente legato agli emergentisti britannici: era molto amico di Conwoy Lloyd Morgan di cui abbiamo discusso prima.

Sebbene vi siano numerosi contributi nella letteratura junghiana sull’argomento dell’emergenza – vi ricordo l’ultimo Congresso Internazionale IAAP a Barcellona il cui titolo era “Ages of Experience: Memories and Emergence” – non avrò tempo sufficiente per nominare tutti i più recenti scritti, ma vi segnalerei che proprio qui a Milano Maria Luisa Donati (2004) ha fornito importanti contributi con la sua ricerca sullo sviluppo del pensiero di Jung sulla sincronicità in accordo con Pauli, e Hester Solomon che attualmente sta applicando queste teorie sull’emergenza alla sua storia della religione. Vorrei ora concentrare il discorso sui miei contributi e ricordare un paio d’altri autori che stanno sviluppando questo paradigma.

A seguito di dibattiti con alcuni colleghi psicoanalisti interessati al confronto tra il modello freudiano di mente con il suo punto di vistaindividuale e delineato, e il modello più aperto e collettivo di Jung, decisi di riesaminare gli assunti scientifici che stavano alla base del concetto di sincronicità di Jung. Questo presto mi portò allo studio delle sue idee sull’energetica che si basavano sulla legge della termodinamica scoperta nel XIX secolo eformavano il background del suo ragionamento che poneva il fenomeno della sincronicità al di fuori dellascienza positivista e riduttiva che aveva caratterizzato la sua educazione. Queste leggi erano formulate in termini di equilibrio dei sistemi, lo statodi quiete di più bassa energia possibile per un sistema. Riconsiderando l’energetica in termini di più nuovi punti di vista dei sistemi complessi, specialmente quelli che operano al di fuori dell’equilibrio, come i sistemi viventi, si può ottenere una nuova visione della sincronicità che è una proprietà emergenti di auto-organizzazione dei campi psicologici. Da questo si può notare che i sistemi auto-organizzanti si trovano in natura a ogni livello dimensionale, dall’organizzazione delle particelle subatomiche sino ai super-agglomerati di galassie, e che i principi auto-organizzanti appaiono sia nel campo inorganico e biologico che nel comportamento sociale e culturale (dal mercato azionario allo sviluppo delle periferie urbane, agli ingorghi di traffico).

Jung intuì anche che il fenomeno sincronico avrebbe potuto includere anche elementi psicoidi in equilibrio tra materia e psiche. Di conseguenza, in una lettera a Erich Neumann (10 marzo 1959) scrive, a proposito di eventi coinvolti nell’evoluzione dei mammiferi:

“In questo caos di possibilità, fenomeni di sincronicità erano probabilmente in atto, operando pro e contro le leggi della natura per produrre, in momenti archetipici, delle sintesi che ci appaiono come miracolose… Questo presuppone non soltanto un significato invadente, latente, che può essere riconosciuto dalla coscienza, ma, durante il periodo preconscio, un processo psicoide con il quale significamente coincide un evento fisico. Qui il significato non può essere riconosciuto in quanto non c’è ancora coscienza”

(1975, 494-5)

Dalle notevoli intuizioni di Jung ho estrapolato che, così come avviene l’evoluzione somatica sull’orlo del caos fisico, ugualmente l’ “evoluzione” psicologica o individuazione, hanno origine in una interfaccia di ordine o caos mentale. Quindi, le coincidenze che appaiono insensatamente collegate, senza una causa e un effetto diretto, possono essere riesaminate nei termini di campi interattivi autoorganizzanti con proprietà emergenti; considerate l’analogia della storia dell’ape riportata prima: dalla prospettiva individuale della larva di coleottero, l’aspetto dell’ape maschio non sarebbe direttamente legato ad alcun comportamento causale dell’individuo, ma sembra trascendere il livello individuale, così come accade con gli eventi sincronici.

Nella mia conferenza su questo argomento, riportai una serie di casi clinici di sincronicità, avvenuti nel contesto del campo interattivo dell’analisi. Questi si presentarono in modo tale da supporre che ciò che noi chiamiamo sincronicità potrebbe comprendere una serie di fenomeni sparsi su una gamma di intensità: i miei esempi formarono una iniziale nosologia di qualità dei fenomeni sincronici in analisi e io sollevai il problema della relativa frequenza di questi eventi a differenti gradi di intensità. Se dovesse risultare che esiste una relazione tra frequenza/intensità del tipo che si manifesta nelle leggi di potenza, noi dovremmo guardare ai fenomeni che sono chiamati criticità auto-organizzanti (pensate alla scala Richter che misura lamagnitudo dei terremoti, e può essere usata per dimostrare la legge di potenza confrontata con la loro frequenza; v. cap. 9 del libro per maggiori dettagli). Se è così, allora di conseguenza, lo stesso principio di base, anche se sconosciuto, potrebbe influire su tutte queste situazioni: – C. A. Mayer aveva una visione della sincronicità coerente con questa, immaginando che essi fossero molto più frequenti di quanto Jung avesse sostenuto. Hogenson ha esplorato il potenziale della legge di potenza dei fenomeni sincronici per dibattere le trasformazioni psicologiche in termini di analisi di ciò che viene chiamata fase di transizione (similmente al comportamento dei solidi cristallini al punto di fusione, un brusco cambio di stato dal solido al liquido). Egli accomuna queste transizioni all’aumento della “densità simbolica” che deriva dall’attivazione dell’inconscio.

Nel V capitolo del nostro libro, ho presentato degli argomenti che supportano la nozione secondo cuil’intero approccio di Jung era teso a identificare, studiare e sfruttare il fenomeno dell’emergenza per incoraggiare l’individuazione. Il principio fondamentalke del suo metodo era la funzione trascendente. Il suo concetto derivava, per analogia, dalla funzione matematica denominata in ugual modo (ciò a cui noi oggi ci riferiamo come numeri complessi). Nel sostenere ciò a favore della sua teoria, egli affermò: “la ‘funzione trascendente’ psicologica nasce dall’unione dei contenuti del conscio e dell’inconscio” (1916/1957, par. 131). La natura radicale di questa formula del 1916 risiede nel suo vasto approccio sintetico. Non è soltanto rendere l’inconscio cosciente, ma è una ricerca del mezzo per innescare i processi inconsci e permettere l’avanzamento di una reciproca influenza (conscio e inconscio sovrapposti). Jung riconosce che il potenziale trasformativo di tale incontro può emergere soltanto dalla interazione attraverso la creazione di “una terza cosa vivente…. una nascita vitale che conduce a un nuovo livello di essere , una nuova situazione (ibid., par. 189, mio corsivo). Questo nuovo livello di esistenza, risultato dalla interazione delle componenti che operano a un livello inferiore (meno completo) è proprio una qualità emergente della psiche (emergente dalla interazione di conscio + inconscio). I metodi derivati da questa tesi avrebbero facilitato l’emergenza di nuove realtà psicologiche capaci di riconfgurare la personalità nascosta. Quindi, questi metodi devono essere congruenti a tali trasformazioni; il terzo emergente come “qualcosa in più” rispetto agli approcci della classica psicoanalisi con i quali Jung era stato a contatto, poteva dare buoni risultati.

Allo stesso modo, la revisione dell’inconscio collettivo in termini di rete – considerate le mappe delle rotte aeree composte da un sistema di collegamenti tra i centri urbani con i maggiori aeroporti come “centro”, e quelli meno importanti (con molti meno collegamenti) come “snodi” – il campo dei complessi e delle forme archetipiche un network scale-free (ed è qui che una forma base si ripete a diversi livelli di sistema: immaginate di vedere la forma di un albero, riducete in scala la dimensione di un grande ramo con tanti sottorami, e poi giù a un altro sottoramo con ramo e così via fino alle foglie con la loro struttura interna di nervature).

L’importanza di questa sorta di ri-concettualizzazione è che queste reti hanno proprietà auto-organizzanti o emergenti.Credo che l’osservazione di tali proprietà sia ciò che si intendeva classicamente quando gli junghiani si riferivano a qualcosa di costellato nell’inconscio.Che la prima generazione di junghiani apprese intuitivamente un modello di rete della psiche è chiaro dai diagrammi pubblicati (1973) da Jolande Jacobi a partire dal 1942 – figura 5 e 6 che mostrano alcuni modi in cui lei rappresentava l’amplificazione dei sogni, e in cui le qualità scale-free sono di per sé evidenti.Nella generazione successiva questa sensibilità prosegue come si può vedere nella Figura 7 che è tratta dall’Anatomia della psiche di Edward Edinger in cui ogni capitolo inizia con ciò che somma le associazioni di un network scale-free all’operazione alchemica in discussione in questo capitolo.Così questo modo di pensare è profondamente radicato nell’approccio junghiano e è visto nel modo più immediato nel processo di amplificazione-applicazione dell’analogia culturale e storica al materiale simbolico per rendere più chiari gli aspetti archetipici del materiale, spesso per propositi terapeutici.

Un potenziale beneficio del rendere il modello della rete più esplicito è che ciò permette la fecondazione incrociata di altri campi di studio.Sono state in particolare accuratamente esaminatele forze e le debolezze delle reti prive di dimensione verso gli elementi di disturbo, quali le parti di internet vulnerabili a attacchi di ogni sorta come i virus del computer.L’elasticità di una retedipende da vari fattori, ma rimuovere quei nodi che hanno limitato la connessione tende a creare un’alterazione relativamente piccola dove rendere indisponibili i centri tende a essere più devastanteper il sistema; questo modo di pensare viene usato dagli strateghi militari per programmare campagne.Servirsi dell’elasticità di una rete può produrre effetti positivi o negativi: pensate a una rete sociale di individui in cui ci sia una persona chiave, con molte relazioni sociali, si ammali di una malattia contagiosa .

Identificare e porre in quarantena una tale persona, rimuoverla dalla rete, può aiutare a ridurre la crescita dell’infezione più che isolare una persona con meno relazioni.Applicata alla psicologia dell’individuo, la rete di complessi e archetipi attivi e influenzanti l’ego può alterare radicalmente la coscienza del bene e del male, a corto o lungo termine.Gli stati psicotici si presentano quando il centro della coscienza, l’ego, è severamente indebolito; rendere l’ordinario risveglio della coscienza più permeabile ai contenuti inconsci, come nei sogni e nell’immaginazione attiva,può, se adoperato con mestiere, essere usato a beneficio di molti individui.Le difese contro i processi inconsci possono essere visti da una prospettiva junghiana di rete per coinvolgere la soppressione nella personalità dei centri non-egoici ai livelli personale e collettivo; (ri)guadagnare accesso a tale materiale può favorire amplificazioni della personalità che sono positivamente trasformativi.In generale, lo studio delle difese contro l’emergente si trova in un’area che richiede più attenzione.

In una più recente pubblicazione (2006) ho tentato di esplorare l’aspetto affettivo/senziente degli stati emergenti nel setting clinico.Questo mi ha portato a una serie di riflessioni sulla necessità di recuperare la neuroscienza contemporanea, in particolare il lavoro che ha origine qui in Italia.Le scoperte d’interesse iniziarono in un team di ricerca diretto dal Prof. Giacomo Rizzolatti dell’Università di Parma, con una serie di articoli su un gruppo di neuroni viso-motoriche vengono oggi chiamati ‘neuroni specchio’.In un primo momento osservati nelle scimmie macaco, questi neuroni ‘assolvono il compito quando la scimmia osserva un’azione compiuta da un altro individuo e [anche] quando quello esegue la stessa o una simile azione’ (Fogassi & Gallese in Stamenow & Gallese, 2002, p.15), a esempio, ‘la scimmia vede, la scimmia fa!’.E’ stata riportata la prova per l’omologo umano di questi neuroni in diverse parti del cervello, quali l’area di Broca con il suo coinvolgimento nel linguaggio così come nella corteccia cerebrale pre-motoria.C’è dimostrazione evidente che i processi di rispecchiamento sono coinvolti in uno spettro di risonanze emotive, risposte sensibili e riflessioni cognitive sulle azioni degli altri.Tra queste, i neuroni specchio sembrano essere essenziali alla primitiva, affettiva risonanza tra individui, che può risolversi in contagio psichico o identificazione proiettiva.Quando soggette alla riflessione queste risonanze possono essere innalzate al livello di consapevolezza empatica dello stato degli altri, e così sono considerate fondazionali per l’empatia (una più completa esplorazione del ruolo dell’imitazione in questo articolo richiederebbe una digressione nella teoria della simulazione).Siano identificati consciamente o no, questi processi neuronali contribuiscono alle fondazioni neurobiologiche del campo interattivo.

La ricerca sui neuroni specchio ha generato un intenso interesse multidisciplinare per le forme intersoggettive di comunicazione, aiutando a fornire il terreno per la giovane disciplina della “neuroscienza sociale”.Guardando al fenomeno della risonanza fra vari individui in una datamatrice sociale, questa disciplina sta studiando i processi emergenti in campi sociali.Ciò che appare è che i modelli di campo in séspesso hanno il potenziale per esibire proprietà emergenti che si originano dalle dinamiche auto-organizzative del campo stesso.Propongo che l’ empatia attenta sia una delle proprietà emergenti del campo analitico e che quando trattata come un fenomeno del campo può facilitare momenti di individuazione in analisi.

IL CAMPO ARCHETIPICO IN ANALISI

Come è stato notato preliminarmente, uno degli aspetti più distintivi del modello junghiano di psiche è il suo postulato di un livello nucleare, l’inconscio collettivo, operante al di sotto degli aspetti personali consci e inconsci della mente.Come discusso, questo strato che si estende più in profondità è contenuto della rete di tutti gli archetipi, dove gli archetipi rappresentano il modello formale, senza contenuto; le propensioni universali della vita picologica capaci di esprimersi nello spettro dell’esperienza umana dal livello istintuale fino al sublime.Quando vengono realizzati concretamente, gli archetipi si manifestano attraverso immagini cariche di affettività di una natura transpersonale.

Le attivazioni di nodi archetipici sono per natura eccedenti ogni punto di vista di una persona considerata come un ente completamente isolato; sia l’ambiente interiore che esteriore è necessariamente parte del modello intero.Ai livelli più profondi la psiche non è un sistema chiuso ma disposto a un campo di interazioni tra individui.Le dinamiche di un campo fatto in questo modo sono evidentemente una questione centrale per il mondo analitico.

Nell’importante studio di Jung sulla Psicologia del Transfert, egli presenta un punto di vista archetipico con amplificazioni alchemiche di questo apparentemente molto personale problema terapeutico.La sua esplorazione del profondo background dei fenomeni di transfert lo porta a ipotizzare un modello di campo interattivo bi-personale per la relazione analitica.Mario Jacobi adattò successivamente questo modello tratto da Jung e C.A.Meier a un uso più generale con il diagramma oggi ben noto, Figura 8, in cui abbiamo un’interazione a quattro nodi tra il paziente (P), l’analista (A), e l’inconscio di entrambi, generante un campo nel quale sta accadendo un processo analitico.

Mentre sarebbe istruttivo esplorare in dettaglio le vicissitudini dell’empatia insieme a ognuno dei percorsi mostrati, centrerò piuttosto la mia attenzione sul processo che inizia con il contagio emotivo.L’inconscio, aspetto affettivamente risonante dell’empatia, opererebbe nella linea “b” in Figura 8 e può impattare psiche e soma.Jung si riferisce a ciò in vari modi sia come partecipazione mistica sia come generale problema psicologico, che “infezione psichica” o “inconscia” quando una malattia viene trasferita dal paziente all’analista.La diade deve allora essere detta in uno stato di “mutua incoscienza”, attraverso un meccanismo analogo alla nozione kleiniana di identificazione proiettiva.

Facciamo un esempio clinico (tratto dal Capitolo 9 del nostro libro ma ora letto attraverso le lenti dell’empatia nel campo piuttosto che come una manifestazione di sincronicità): un giovane uomo con difficoltà ossessive era in trattamento con me da circa un anno quando avemmo il seguente incontro.Ci incontrammo all’ultima ora di un giorno piuttosto faticoso, non alla solita ora; avevo accettato la sua richiesta di riprogrammare alcune settimane per un problema di tempo.La sessione fu per me laboriosa.Mentre mi erano famigliari gli stati costrittivi che spesso accompagnavano le sue difficoltà d’espressione, mi sentivo al termine dell’ora insolitamente intrappolato e esausto.Nei minuti conclusivi della sessione, il paziente mi raccontò di sorpresa un sogno che conteneva l’immagine di un bambino in un armadio.Non c’era tempo per associazioni o esplorazioni dell’immaginario.Come se ne andò, mi sentii così svuotato che ebbi bisogno di sdraiarmi e riposarmi prima di tornare a casa.Mi sentii quasi l’influenza, comunque, curiosamente il giorno dopo stavo bene.La discrepanza segnalava che la linea “b” poteva essere attiva.

Il lavoro su questi dilemmi inizia con un atto di riconoscimento, identificando consciamente l’affetto dell’analista o lo stato somatico attivato come associati con la “proiezione” introiettatao più precisamente, il contenuto attivato nel campo.Successivamente, l’empatia cognitiva dell’analista per lo stato interno angosciato del suo/della sua pazientepermette la comprensione riflessiva della storia e del significato di queste attivazioni all’interno della psicologia propria dell’analista.Ciò promuove un riparo empatico interno per l’asse dell’ Io/Sé , linea “c” in Figura 8.

Tornando al caso, la settimana dopo ci incontrammo per la nostra consueta ora diurna.Non senza sorpresa, l’aspetto affettivo evidente del campo non era troppo alterato dalla settimana prima.Il paziente non sembrava aver notato il mio stato di fatigue o angoscia della seduta precedente – non era visibile nessun riferimento o conseguenzaal materiale che aveva discusso, ad esempio nessuna prova diretta di attività lungo la linea “f”.Comunque, tramite la mia attenzione, e la risonanza empatica con, il bambino nell’armadio (linea “e”), di cui ora avevo fatto esperienza diretta nei termini degli intrappolati, silenziosi e frustrati sentimenti che avevo accettato preventivamente senza una riflessione adeguata (una potenziale impasse), eravamo capaci di esplorare le immagini del sogno lasciato alla porta.

Una volta che l’analista è stato capace di ristabilire una interna consapevolezza empatica, il lavoro diventa quello della comunicazione con il paziente.Questo può avvenire attraverso una via conscia (linea “a”) e/o inconscia (linea “b”) rendendo la comprensione empatica, o essere di rimedio sia per i partner della diade che per il mondo interno del paziente, (ri)stabilendo una comunicazione transitoria Io/Sé(linea “d”).

In questo caso, il cambiamento della mia abitudine facilitato dal riconoscimento del mio disagio insieme a una crescente consapevolezza della cura e dell’attenzione per gli elementi infantili della psiche che erano stati repressi, mi spinsero a parlare con il paziente su come avrei dovuto sentire un misto di costrizione e preoccupazione alla fine dell’ultima ora.Mi chiesi a voce alta insieme a lui se mai questo avesse rilevanza per il bambino nel sogno.pochè egli sentì il rischio di esaurire le sue associazioni e ricadere in uno stato di maggiore oppressione, tentai di aiutarlo a fare associazioni più liberamente chiedendogli l’età del bambino nell’armadio.Le sue associazioni a quel periodo della sua vita includevano il ricordo di una malattia specifica, i cui sintomi erano molto simili a ciò di cui avevo fatto esperienza dopo l’incontro della settimana prima – e anch’io avevo avuto una seria malattia infantile con un inizio approssimativamente alla stessa età, sebbene non dello stesso tipo.Con l’emergenzadi questo collegamento potevo meglio comprendere l’importanza della linea “b” per la comunicazione con questo paziente.Durante la fase successiva dell’analisi, il bambino del sogno finì per essere interpretato da noi come rappresentante un tempo nella vita del paziente in cui molta della sua spontaneità naturalesi era allontanata.Con l’iniziare a cogliere la giocosità spaventata e negata del “fuori dall’armadio”, era stato trovato un punto di partenza per un lungo, a volte tortuoso lavoro sulle difese ossessive chiuse ad un livello somatico.

CONCLUSIONI

Nel contesto del diagramma (Figura 8) possiamo ipotizzare che i neuroni specchio operino come risonanza, collaborando con l’apparato neurale che permette la scoperta delle vicissitudini del “terzo” intersoggettivo, analitico tramite vie empatiche.Il “terzo” può essere compreso come emergente dalle linee combinate della Figura 8, specialmente quelle nella parte centrale (linee a, b, e e f).Nel caso che trattiamo, registrare l’emergenza del bambino mercuriale come il “terzo” (co-costruito sulle nostre mutue esperienze, conscie e inconsce, in cima a una base archetipica) è stato cruciale per il destino del processo analitico; credo che ciò sia accaduto per prima cosa attraverso il rispecchiamento affettivo che una volta elaborato empaticamente ha tenuto conto della costellazione e dell’uso del modello del “guaritore-ferito”, non semplicemente dell’analista/di me.E’ in questo modo che l’empatia, combinata con le reazioni del controtransfert in processo, non è costretta a essere solamente un esame introspettivo tramite l’identificazione di una breve “prova” dei mondi mentali dell’altro, ma in effetti è un modo di sperimentare il campo stesso.

L’argomento prosegue con il fatto che mentre i neuroni specchio possono in genere aiutare una comunicazione empatica, possono anche essere un aiuto speciale per quanti adottano un approccio junghiano nello scoprire modelli archetipici nel momento in cui questi iniziano a costellare il processo terapeutico.La loro parte, sebbene umile o primitiva, è essenziale nel facilitare collegamenti tra esperienze conscie e inconsce.E’ così che essi promuovono l’instaurazione della funzione trascendente, contribuendo a renderla una realtà incorporata, psicosomatica, che a turno può continuamente maturare in ogni parte della vita.La scienza non è ancora capace di identificare le origini dei sistemi di rispecchiamento; quanto dei sistemi neuronali a specchio è presente alla nascita e quanto emerge attraverso l’apprendimento sociale e l’interazione è questione aperta al dibattito.Al grado in cui questo sistema ha plasticità e è capace di modificazione, il suo studio dovrebbe essere di grande interesse per chiunque si occupi del training psicoterapeutico.Inoltre, dal momento che l’empatia è conosciuta come essenziale nel valutare l’altro, un aspetto chiave di un’attitudine etica, lo studio e la coltivazione di tutte le sue parti componenti nei diversi livelli d’astrazione dovrebbe essere di importanza fondamentale sia durante che dopo il training del terapeuta.

Più ampiamente, ilnoto neuroscienziato V.S. Ramachandran (of phantom limb fame) rileva che la scoperta dei neuroni specchio in relazione alla evoluzione umana “è la più importante storia del decennio ‘non riportata’ ” (http://www.edge.org/documents/archive/edge69.html).Nel suo recente libro A Brief tour of Human Consciousness egli discute l’importanza in termini evolutivi dei neuroni specchio e il loro ruolo nella trasmissione della cultura.La nostra evoluta capacità di comprensione empatica di noi stessi e del nostro mondo è ciò che ci rende più pienamente umani; alcuni filosofi sentono che l’empatia è la precondizione alla coscienza stessa.Spero che riceviate questo discorso in quello spirito.

Molte sezioni di questo articolo sono versioni estese tratte dall’idea di fondo del discorso introduttivo alla Conferenza Internazionale per il 50° Anniversario della Jap tenuto al St. Anne’s College di Oxford, aprile 2005.

Quelli che hanno – contenendo un multiplo della radice quadrata di -1 – una componente reale e una immaginaria , a es. z=x+iy, dove il numero complesso, o funzione trascendente z è composto da un numero reale x più un numero immaginario con i= radice quadrata di -1 e y è ogni numero reale.

D’altra parte, deficit o disfunzioni dei sistemi neuronali a specchio producono alcune limitazioni alle capacità empatiche.In uno dei più estremi esempi, il cattivo funzionamento dei sistemi neuronali a specchio è stato proposto come qualcosa che contribuisce ai problemi di fondo coinvolti nell’autismo con i conosciuti fallimenti nell’imitare o coordinare le rappresentazioni di sé/degli altri.In termini più speculativi, la fame di attaccamento di alcuni tipi di pazienti che hanno sofferto ferite affettive può essere messo in conto di un’attivazione inadeguata dell’incipiente sistema neuronale a specchio durante il primo sviluppo.Il centro dei dilemmi risultante dai fallimenti nelle relazioni oggettuali primarie che lasciano alcuni individui alla ricerca perpetua di micro-cambiamenti nell’espressione affettiva, come è già stato discusso per i pazienti “borderline” ( vedi Schwartz-Salant, 1989) nella letterature junghiana, potrebbe essere un’area di ulteriore ricerca.