Linda Carter

L’influenza dei Processi Impliciti nei Sistemi Dinamici evidente nella Relazione Matisse/Picasso e nella Pratica Clinica

Milano, Febbraio 2007

Linda Carter, MSN, CS, IAAP

Articolo pubblicato per gentile concessione dell’Istituto di Milano del CIPA (Centro Italiano di Psicologia Analitica)

Originato dalla teoria dei sistemi dinamici non lineari, questo articolo si concentra sulla bi-direzionalità dell’influenza nelle interazioni diadiche servendosi della relazione Matisse/Picasso come di una sorta di amplificazione artistica.A questo fine utilizzerò idee innovative tratte da altri campi, in particolare la ricerca sull’attaccamento, le neuoroscienze, e la psicoanalisi.Due junghiani che scrivono sull’integrazione di questo lavoro nella teoria e nella pratica clinica sono Jean Knox (2001, 2003, 2004) e Margaret Wilkinson (2003, 2004, 2005, 2006), vi rinvio ai loro scritti e articoli per il Journal of Analytical Psychology per ulteriori elaborazioni.Inoltre, il contributo dei colleghi George Hogenson (2001, 2004) e Joe Cambray (2001, 2003, 2004), che hanno pubblicato significativi articoli sulla teoria dei sistemi e sull’emergente, hanno offerto il presupposto alle mie idee.Gli psicoanalisti Beebe e Lachmann (2002), Stern (1998, 2002, 2004) e Tronick (1996, 2004) che lavorano anche nella ricerca infantile, guardano all’applicazione delle loro scoperte nei sistemi diadici per illustrare i paradigmi emergentisti così come essi si manifestano nell’organizzazione umana dal cervello alla comunità.Si rivolgono con gratitudine alla ricerca pionieristica di Louis Sander (1982, 2002), il cui lavoro ha costituito negli anni sessanta la via verso la possibilità di pensare che noi dobbiamo immaginare la vita non come una proprietà dell’organismo isolato ma come un processo di sistemi molteplici, interattivi.Infine, Alan Schore (2003a, 2003b) e Daniel Siegel (1999) sono identificati nel modo migliore come i neuroscienziati che hanno riunito in modo sintetico ricerca delle neuroscienze, teoria dell’attaccamento e processi terapeutici.

La radice del termine influenza, in accordo con la letteratura critica, secondo Harold Bloom nel suo noto scritto L’Ansietà dell’Influenza (1973, 1997:26) ha a che fare con influsso, nel suo primo significato di emozione o forza che giunge all’umanità dalle stelle.Nel suo uso originario [dice Bloom] essere influenzati significava ricevere un fluido eterno che scorreva dalle stelle su un individuo, un fluido che ne condizionava il carattere e il destino, e che alterava tutte le cose sublunari.Un potere – divino e morale – e poi semplicemente un potere segreto – che si esercitava da sé, a dispetto di tutto ciò che in un individuo sembrasse volontario.

L’ ansietà dell’influenza ha a che fare per prima cosa con il desiderio del giovane poeta di identificarsi con un precursore stabilito e idealizzato e poi con la sua necessità di competere per l’indipendenza e l’autonomia.Bloom chiama questo dilemma “misprision” che egli definisce come la mancata interpretazione da parte del figlio della creazione del padre, come di una parte naturale della lotta edipica.Egli dà così un esempio del giovane poeta sotto l’influenza del suo mentore che rompe con l’imitazione proponendo una nuova visione.“Misprision” è una inevitabile mossa sbagliata al servizio dell’individuazione, e una voce e una identità originali.(Ne ricordiamo una qui riguardo all’influenza psicoanalitica paterna di Freud su Jung e la “mossa sbagliata” teoretica di Jung con la pubblicazione di Simboli della Trasformazione come un movimento verso l’individuazione).Bloom rifiuta la nozione di controllo conscio quando parla dell’influenza come di un “potere ‘segreto’ sopra a ciò che sembra volontario”.In altre parole, sembra che possiamo avere un controllo volontario sulla nostra vita ma, in effetti, siamo guidati da forze invisibili, segrete.Questo regno potente e effimero potrebbe essere simile a ciò che i neuroscienziati contemporanei chiamano l’implicito, che è il contestualizzare nonverbale e non conscio e fortemente condizionante la coscienza esplicita.Siamo profondamente impattati da ciò che è implicitamente fuori dalla portata della consapevolezza come l’influenza delle stelle, così come Bloom poeticamente la descrive, dalle funzioni del cervello descritte dalla scienza, fino alle relazioni interattive così come sono viste dai ricercatori dell’infantile e all’incontro clinico come è descritto dalla psicoanalisi.Tutte queste esperienze possono esercitare pressioni che sono intuite e percepite ma non necessariamente viste nel concetto di Bollas di “conosciuto non-pensato”.Operiamo all’interno di sistemi annidati, che dal momento che combattiamo costantemente con la necessità paradossale della continuità e del cambiamento, sono influenzati e si influenzano simultaneamente uno con l’altro.

Definiamo più chiaramente cosa intendiamo con memoria implicita e esplicita.Per fare ciò, ci volgeremo alle neuroscienze (vedi LeDoux 1996, 2002, 2003; Damasco 1999; Fonagy 1999, 2001; Kandel, 1999; Knox 2001, 2003, 2004; Pally, 1998; Siegel, 1999; Stern 1998, 2002, 2004; e Wilkinson 2003, 2004, 2005, 2006) per considerare come questi concetti vengono integrati nella teoria e nella pratica analitica contemporanee.La memoria esplicita, conosciuta anche come memoria dichiarativa (Siegel 1999:33) tende a essere verbale e richiede una consapevolezza conscia e un’attenzione focale verso la capacità di codificare.Include tanto la memoria (fattuale) semantica che la memoria autobiografica episodica che inizia a operare dal secondo anno di età.Implicita o non-dichiarativa, la memoria procedurale (ibid.) è presente alla nascita e è priva di un senso di memoria.Ciò include una memoria comportamentale, emotiva, perpetua, e forse somatosensoria.Questi tipi di memoria non sono mai stati, per la gran parte, “consci” e quindi non possono essere dimenticati.(Un’eccezione avviene, a esempio, nell’imparare una nuova tecnica come suonare il piano; un individuo necessita di un’attenzione conscia focalizzata sull’acquisire la tecnica ma una volta che ha raggiunto questa capacità, essa ricade nella memoria procedurale).L’implicito è spesso convogliato nel ritmo vocale, nell’intonazione, nella cadenza, nel tempo e nel movimento e nelle sensazioni normalmente al di fuori del riconoscimento conscio.

Coordinazione e integrazione di questi due dominii sono integrate nelle prime esperienze di attaccamento (Beebe e Lachmann 2002; Stern e altri, 1998, 2002, 2004) e compiono in profondità la regolazione di sé e interattiva.Il modo in cui un individuo si relaziona al proprio mondo interno e a quello degli altri emana non semplicemente dall’interiorizzazione dell’oggetto ma dall’emergenza del “…processo di mutua regolazione” (Stern e altri, 1998:907).La memoria è quindi una danza tra contenuti fattuali e processi emozionali e corporei più sottili.Uno può dare il suggerimento all’altro.A esempio, un sogno può essere a volte richiamato da un sentimento su di esso; nello stesso modo un volto ricordato in sogno può favorire una sequenza emotiva.(Ne diremo di più ma al momento è importante notare che tracce di questo modo di conoscere esplicito e implicito e di memoria possono risaltare nell’interazione tra e sopra le figure del sogno).

Un drammatico esempio di influenza a livello implicito viene dimostrato da Heller e Haynal (1997) in un articolo intitolato “Il volto del dottore: Uno Specchio dei progetti suicidi del suo paziente”.Beebe e Lachmann (2002:41-42) descrivono questo straordinario studio come segue: “Cinquantanove pazienti che avevano tentato il suicidio nei tre giorni prima furono intervistati dallo stesso psichiatra.Telecamere a due schermi registrarono il volto del dottore e dei pazienti.Un anno dopo, dieci di quei cinquantanove pazienti tentarono di nuovo il suicidio.Nonostante le previsioni scritte dello psichiatra identificassero il 29% dei pazienti che più tardi avrebbero ri-tentato il suicidio, microanalisi a grana fine delle registrazioni del volto del dottore (ma non di quello del paziente) identificavano l’81% di quanti avrebbero ri-provato il suicidio.Con i suoi pazienti che più tardi avrebbero tentato un altro suicidio, lo psichiatra si mostrò più accigliato, mostrò un orientamento più testa-e-occhio, e mostrò un’attivazione facciale più d’insieme e un discorso più incisivo.Questa attivazione maggiore e espressività negativa dello psichiatra può essere vista sia come regolante il suo proprio stato interno sia come un modo di comunicare con il paziente, entrambe al di fuori della sua consapevolezza.Così lo psichiatra “sapeva” qualcosa dal momento che ciò veniva indicato dal comportamento nonverbale (dalle sequenze implicite procedurali dell’azione di testa, occhio, volto e voce, e dalle reazioni emotive implicite che egli non aveva riconosciuto a un livello conscio esplicito, linguistico).

Jung intuì le fondamentali idee introdotte dai ricercatori contemporanei interessati nell’influenza bi-direzionale quando disse con queste parole (CW: par.163): “Per due individui incontrarsi è come mischiare due differenti sostanze chimiche: se si verifica una qualche combinazione, entrambe vengono trasformate.In ogni trattamento psicologico con un effetto il dottore è tenuto a influenzare il paziente; ma questa influenza può avere luogo se il paziente ha una reciproca influenza sul dottore.Non si può esercitare alcuna influenza se non si è suscettibili a influenza”.Possiamo vedere che Jung mantiene la posizione per cui la trasformazione ha luogo attraverso l’interazione che influenza reciprocamente i sistemi nella citazione che segue tratta da CW, par.1, in cui sostiene che “la psicoterapia è…un tipo di processo dialettico, un dialogo tra due persone.La dialettica era in origine l’arte della conversazione tra i filosofi antichi, ma presto divenne il termine che indicava il processo della creazione di nuove sintesi.Una persona è un sistema psichico che, quando condiziona un’altra persona, entra in una reazione reciproca con un altro sistema psichico”.Le nozioni junghiane di sistema, sintesi, integrazione, e funzioni trascendente e prospettiva della psiche ritornano in alcune posizioni contemporanee come quella di Sander (2002, p.14-15) che sostiene che “…se iniziamo con la vita, non significa che iniziamo con l’organismo vivente in se stesso, ma [in altre parole] con un sistema – l’organismo e il suo ambiente.Ma se iniziamo con un sistema – l’organismo sempre all’interno di un continuo scambio con ciò che gli sta intorno – stiamo pensando a un processo a molti livelli di complessità concorrenti.Un tale processo diviene immediatamente paradossale dal momento che il processo della vita richiede sia una continuità continua che un cambiamento continuo…E’ questo il processo a tutti i livelli di complessità, da quello molecolare alla nostra ecologia all’interno del sistema solare, che è richiesto per mantenere la quasi inimmaginabile diversità delle parti che si combinano per raggiungere ‘l’intero integrale’ che il sistema vivente rappresenta”.

In un eccellente articolo del 2001, lo psicoanalista Frank Lachmann nota che introducendo la propria organizzazione nel mondo “…il bambino influenza e è influenzato dal suo ambiente…Attraverso le reciproche interazioni sia il bambino che l’ambiente vengono trasformati” (2001:169).Questo linguaggio e questa attenzione alla mobilità e alla reciproca influenza risuona nel concetto junghiano notato sopra.Lachmann e la ricercatrice dell’infantile /psicoanalista Beatrice Beebe (2002:26) definiscono i modelli di sistema come quegli approcci che integrano il contributo dell’individuo e della diade all’organizzazione del comportamento e dell’esperienza.Usano termini come co-costruzioneeco-creazioneperconvogliareil mutuo contributo dei due partner in una continua co-ordinazione sia dell’auto regolazione che della regolazione interattiva.Affermano che “…una teoria dell’interazione deve specificare come ogni persona è condizionata dal suo proprio comportamento – che è, auto-regolazione e regolazione da parte del comportamento del partner-che è, regolazione interattiva…Ogni persona deve sia monitorare il partner (influenza e essere influenzati) che al tempo stesso regolare il suo proprio stato.Regolazione auto- e interattiva sono concorrenti e sono processi reciproci…Ognuno condiziona il successo dell’altro.Sono in un equilibrio dinamico ottimale per potersi muovere indietro e avanti.”Inoltre, Beebe e Lachmann (2002:42) indicano il peso del concetto di Tronick (1996) di “espansione diadica del conscio” in cui “…ogni partner (madre e figlio, o terapeuta e paziente) condizionano vicendevolmente il proprio ‘stato di coscienza’ (stato dell’organizzazione del cervello).In questomodo ognuno condiziona l’auto-regolazione dell’altro, l’organizzazione interna di ciascuno dei partner viene espansa in uno stato più coerente, tanto quanto più complesso: ‘ogni individuo è un sistema auto-organizzante che crea il suo proprio stato di coscienza—stati di organizzazione del cervello—che può essere espanso in più coerenti e complessi stati di collaborazione con un altro sistema auto-organizzante (p.9)’”.Beebe e Lachmann (2002:34) notano che “gli adulti hanno due ‘linguaggi’, uno verbale e l’altro nonverbale, ciascuno dei quali continuamente si sostiene sull’altro”.

L’implicito è considerato come nonconscio e risuona al meglio in modelli analitici di dissociazione come quelli proposti da Jung, mentre il modello dinamico inconscio della repressione trovato da Freudnon rende conto dell’implicito.La repressione dipende dal contenuto che ha provocato alla mente conscia troppa ansietà da sopportare.Queste nuove differenziazioni di memoria implicita e esplicita confermano l’intuizione di Jung che c’è di più per l’inconscio che non il solo trauma storico.Il modo in cui la memoria implicita e la conoscenza si adattano al regno archetipico dell’inconscio ha così iniziato a essere esplorato.

La “azione chimica” reciprocamente influenzante,metafora junghianaper la dinamica analitica e la regolazione interattiva reciprocamente influenzante di madre e bambino così come viene documentata da Beebe e Lachmann, Stern e altri, può essere vista come un sistema complesso o CAS.Dice Cambray (2002 :45):

Questi sono sistemi che hanno quelle chesono state chiamate proprietà emergenti, cioè, caratteristiche auto organizzanti che si levano in risposta a pressioni ambientali, competitive…CAS formano gestalt in cui l’intero è veramente più grande della somma delle parti.Con le parole di Steven Johnson, in questi sistemi, agenti residenti su di una dimensione producono un comportamento che stende una dimensione sopra di essi…Il movimento dal livello inferiore condiziona la sofisticazione del livello più alto, e questo è ciò che chiamiamo emergente.

Operiamo all’interno di una rete di parti componenti interattive che conducono all’emergenza di sistemi complessi sempre più grandi a iniziare dalle connessioni a livello micro, locale, fino a modelli di organizzazione a un livello più ampio, macro.Pensate all’interazione di neuroni che “si attivano insieme e insieme si ramificano” formando reti neurali che costituiscono il cervello fuori dal quale emerge la mente.E’ in questo modo che il cervello e la mente sono necessariamente auto-organizzanti e complessi, cioè influenzandosi vicendevolmente come elementi dell’organismo umano in relazione a un ambiente.Questo sviluppo capovolto non è gerarchico o pianificato da una esplicita consapevolezza conscia o dalle direttive di un grande disegno; piuttosto, modelli naturali vengono a essere in modo esplicito e possono essere compresi solo per grandi numeri o con distanza e prospettiva.(Pensate a quando si guarda dall’alto una colonia di formiche o alla visione aerea dei quartieri cittadini.)La comprensione dei sistemi complessi si è approfondita tramite simulazioni al computer che permettono a modelli di grandi dimensioni di emergere.Siamo colpiti dalla ripetizione di modelli che permettono continuità e dal sorprendere fratture che conducono al cambiamento.Così a esempio, la madre e il bambino sviluppano aspettative di “essere con” l’altro che sono forgiate dalla ripetizione che la continuità desiderata offre, quando improvvisamente, un giorno, una nuova sequenza di comportamenti emerge nella diade e catapulta il sistema a un nuovo livello.La memoria di questo evento, se esso è in corso, si incorpora nelle aspettative interattive.Questa interazione muove il sistema madre/bambino fino a nuovi livelli di complessità e simultaneamente cambia la funzione del cervello dei partecipanti.Schore (2003b:97) afferma: “Il senso nucleare che il bambino ha di sé è fondato sul corpo, e dal momento che i processi del corpo obbediscono alle leggi dei sistemi nonlineari (Goldberg, Rigney, e West, 1990), il Sé emergente è costruito su proprietà auto-organizzanti in modo biologico (Pipp, 1993).In modo anche più specifico, condotte a sguardi fissi da parte della regolazione materna del sistema nervoso autonomo del bambino inducono cambiamenti negli suoi stati corporei, e questo meccanismo interattivo rappresenta un reciproco ingresso al cervello della madre e del bambino, includendo un appaiamento dell’attivazione delle aree subcorticali responsabili delle componenti somatiche dell’emozione.”

Tornando alla teoria dei sistemi, le ricerche nell’ambito dell’attaccamento e delle neuroscienze hanno profonde implicazioni nell’analisi dell’adulto.A esempio, un articolo fondamentale del Gruppo per il Processo del Cambiamento condotto da Daniel Stern intitolato “Meccanismi non-interpretativi nella terapia analitica: il ‘qualcosa in più’ che interpretazione” (1998) cerca di riconsiderare la questione del transfert descrivendo due sistemi complementari di azione terapeutica: uno è esplicito e verbale, orientato al contenuto interpretativo del transfert, l’altro è implicito e nonverbale, orientato al processo di conoscenza nel contesto della relazione condivisa corrente.Dicono Stern, e altri (1998:906), “Questi modi di conoscere integrano affetto, cognizione e dimensioni comportamentali/interattive.Essi possono rimanere fuori dalla consapevolezza come il ‘conosciuto non-pensato’ di Bollas (1987) o come il ‘passato inconscio’ di Sandler (Sandler e Fonagy, 1997) ma possono anche formare un fondamento per molto di ciò chepiù tardi può venire simbolicamente rappresentato.La conoscenza implicita, posta semplicemente,è conoscenza procedurale su come fare cose con altri, dice Lyons-Ruth (1998: 284).In terapia, dice Stern nel suo libro del 2004, il campo intersoggettivo è regolato implicitamente e gioca un ruolo costante nel dare forma al transfert e alla relazione terapeutica, in generale, così come nel recuperare molto del nostro passato e dei sintomi del presente (Stern 2004:120).Esplicito e implicito sono attorcigliati, si sono influenzati e si influenzano uno con l’altro e non si possono guardare indipendentemente (Stern 2004:120).Trattenuta da questo background non-conscio, l’agenda esplicita è evidente nel contenuto delle terapie parlate in cui terapeuta e paziente nel mettere a fuoco una terza cosa come i problemi al di fuori della stanza d’analisi, co-costruiscono una narrazione che è esterna alla loro relazione immediata (Stern 2004:119).Stern (1998:906) nota che l’interpretazione riordina la relazione esplicita e i momenti di incontro riordinano la conoscenza relazionale implicita.Con momenti di incontro, Stern intende un momento di “idoneità” “dove entrambi i partner condividono un’esperienza e la conoscono implicitamente” (Stern 2004:168).Il responso del terapeuta deve essere autentico e spontaneo in accordo alla situazione immediata che si raggiunge oltre un responso neutro, tecnico (Stern 2004:168).Stern e altri (1998:906) affermano che “[tramite il momento d’incontro] Il cambiamento verrà intuito e quindi l’ambiente nuovamente alterato agirà come il nuovo contenuto effettivo in cui agiscono e si formano azioni mentali susseguenti e eventi passati vengono riorganizzati.”Inoltre, la connessione verbale è modellata sulla comunicazione nonverbale.

Beebe e Lachmann (2002:34) notano che “gli adulti hanno due ‘linguaggi’, uno verbale e l’altro nonverbale, ognuno dei quali continuamente si sostiene sull’altro.”Comunque, la vita inizia nel dominio dell’implicito al quale si aggiunge l’esplicito con l’inizio del linguaggio e quando l’ippocampo che è necessario per il ricordo conscio si manifesta all’età di circa 18 mesi. [Un ippocampo più piccolo per i sopravvissuti al trauma e più grande per i tassisti londinesi].

Nuovi modi di essere con l’altro si costellano nel campo intersoggettivo di madre e bambino e nel campo dell’analisi che con la ripetizione stanzia consistenti modelli di neuroni che si attivano e si ramificano insieme per formare stati attrattori o stati della mente.Tramite questa modalità di azione terapeutica e potenziale al fine del cambiamento interpersonale, la relazione intrapsichica avviene nell’intrecciasi dei dominii di implicito e esplicito.Le nozioni psicoanalitiche tradizionali del processo terapeutico come la resistenza e la repressione nell’inconscio dinamico non possono essere messe sul conto dei potenti effetti del non-conscio qui descritto.I modelli di sistemi complessi che descrivono l’importanza di stati della mente stabili permettono alle potenziali proprietà emergenti nel sistema di presentarsi, mi sembra, per favorire un certo processo di comprensione che è fondamentale a ogni ambito del relazionarsi umano.Queste nuove idee che riguardano il peso terapeutico del dominio implicito inconscio che si esprime sul momento sembrerebbero supportare nozioni più intuitive del peso delle modalità nonverbali come la terapia della sabbia che favorisce i processi emergenti intrapsichichi/interpersonali all’interno dell’ ora clinica.

Un drammatico esempio di conoscenza implicita mi accadde diversi anni fa.Stavo per dare l’addio a mio padre e avevo avuto una cena di lavoro la sera prima.Sedevo vicina a un uomo che non conoscevo bene e parlavamo del suo essere padre e della relazione con il bambino.Verso la fine della cena, mi chiese se conoscessi il Dott. Z, cosa che mi colse di sorpresa poiché il dott. Z era stato il mio psicoanalista per cinque anni.Fui colpita che mi si ricordasse del “buon padre analista” proprio poco prima di visitare il mio, deludente.Ascoltando questa storia, il mio compagno me ne raccontò una parallela, tratta da Richard Dawkins Forward su The Meme Machine di Susan Blackmore.La storia più o meno fa così:

…quando divenni insegnante…parlai con una giovane donna che ostentava una strana abitudine.Ogni volta che era interrogata su una questione che richiedeva un pensiero profondo, lei stringeva gli occhi, abbassava violentemente la testa al petto e poi se ne stava immobile per più di mezzo minuto prima di tornare a guardarmi, apriva gli occhi, e rispondeva alla domanda in modo tranquillo e intelligente.Ero divertito da questo, e dopo pranzo feci l’imitazione ai miei colleghi.Tra di loro c’era un distinto filosofo di Oxford.Appena vide la miaimitazione, disse immediatamente ‘E’ Wittgenstein!E’ per caso il suo soprannome?’Sorpreso, dissi che lo era.‘Penso anch’io,’, disse il mio collega.‘I genitori sono filosofi e devoti seguaci di Wittgenstein.’Quel gesto era passato dal grande filosofo, attraverso uno o tutti e due i genitori, alla mia allieva.Penso che, sebbene la mia imitazione fosse fatta per scherzo, dovevo annoverarmi come trasmettitore di quarta generazione del gesto.E chi sa dove Wittgenstein lo prese?

Dawkins(1999:vii)

Giungiamo a conoscere il sentimento verso importanti persone nella vita dei nostri analizzandi attraverso il loro implicito coinvolgimento.La presenza di questi “altri” può essere d’aiuto come spiriti guida, o intrusiva come per i fantasmi nel campo analitico.La memoria di un ispiratore, come abbiamo visto sopra, può manifestarsi nell’incorporazione dell’analizzando di modi di fare, di gestualità o tono della voce.D’altra parte, l’incarnazione di una madre psicotica può essere la causa dell’esperienza di un inesplicabile sovrastimolato panico che si manifesta tramite il sistema simpatico come ansietà, o di una dissociazione ipostimolata del sistema parasimpatico che causa abbattimento e silenzio nella sessione.Tramite questa comunicazione implicita nell’ora di analisi e nei sogni, anche noi veniamo a conoscenza e rispondiamo, spesso in modo preconscio, a questi “altri” incorporati.

Un esempio della presenza di un tale “altro”accadde quando una paziente fece una seduta di analisi il giorno del compleanno del fratello.Questo fratello era morto dieci anni prima all’età di ventiquattro anni e avevamo parlato a lungo su di lui in relazione agli attuali romantici interessi della mia paziente e che erano emersi in analisi.Durante la sessione precedente, aveva riportato un sogno nel quale un uomo per il quale aveva sentimenti non corrisposti era caduto da un albero e era morto.La centralità della relazione con il fratello e la conseguente perdita che la sua morte aveva comportato condizionò fortemente le scelte relazionali, emotive, e di carriera.Ora questo nuovo uomo era diventato il centro del desiderio e scoprimmo molte risonanze tra la sua personalità e quella del fratello di lei, ma in ogni caso, proprio come suo fratello, non era disponibile.Successivamente discutemmo dell’albero come di un asse del mondo e della posizione cardinale che questo uomo simbolizzava nella vita di lei.

Come la mia analizzanda ricordò affettuosamente suo fratello, le sue qualità e stranezze, mi trovai a essere felice per la presenza di lui tramite la conoscenza implicita che ne aveva lei.Sapevo molto di più dell’informazione di fatto, avevo un “sentimento” di ciò a cui doveva somigliare questo uomo.Tenni fermo il senso del suo charme e mi trovai attratta da lui.Aveva una personalità magnetica e la mia paziente aveva trovato difficile negarsi sebbene fosse consapevole dell’inclinazione di lui alla manipolazione narcisistica.Questo modello si era replicato nella mia paziente con fidanzati affascinanti ma emotivamente inaffidabili.Per sviluppare veramente una relazione intima, la paziente avrebbe dovuto affrontare e addolorarsi per l’indisponibilità di suo fratello e dell’uomo che nella sua vita era ora il centro dell’attenzione, anche se lei li sentiva sempre vicini.Questo processo era iniziato e ora lei iniziava a lasciarsi andare a sentimenti di tristezza e dolore.Insieme alla paziente, sentii l’agitazione per la presenza del fratello e la successiva perdita dovuta al non poterlo avere a causa delle barriere incestuose e quindi riguardo alla sua morte prematura.Commentai la vitalità della sua presenza quando lei me lo trasmise e su come la perdita di quella presenza fosse soverchiante.Ciò portò alle lacrime anche me.Implicitamente la sua voce, l’espressione del volto, le risate nervose sull’umore di lui e le lacrime per la sua morte lo avevano pienamente posizionato tra di noi nella stanza, dandomi l’impressione che iniziavo a capire e riconoscere questo uomo giovane e complesso.Lei e io facemmo l’esperienza di una intensa riunione tipica di un momento di incontro.Eravamo riuscite a coordinare la conoscenza implicita di suo fratello e degli altri uomini con l’informazione fattuale esplicita e la diretta interpretazione dei simboli del sogno.Il lasciare andare da parte sua il fratello come un complesso nucleare aprì più tardi la paziente a altri aspetti creativi di sé e a altri tipi di scelte relazionali.In questo senso, le immagini del sogno predissero un più desiderato ma sofferto cambiamento.

Proprio come si incarna Mnemosine, la dea greca della Memoria così le Muse, sue figlie, manifestano la memoria implicita e esplicita nella arti espressive e nella letteratura.Dice Eliade (1996:21): “Il passato rivelato in questo modo è molto più che l’antecedente del presente; è la sua fonte…il poeta ispirato dalle Muse aveva accesso alle realtà originali.”Nonostante organizzazione e pianificazione siano necessarie per una opera creativa, ciò che ci ispira è un sentimento, uno spirito, una consapevolezza che è implicita come nella visione del ritmo di Virginia Woolf che riportiamo:

Ora questo è profondo, è questo che èil ritmo, e è più profondo delle parole.Un segnale, una emozione, crea questa onda nella mente, molto prima di inventare parole adatte; e nella scrittura (questo è ciò che credo ora) uno deve ricatturare tutto questo, e lasciarlo lavorare (cosa che apparentemente non ha niente a che vedere con le parole) e alla fine, quando esso irrompe e precipita nella mente, crea parole corrispondenti …(Desalvo e Leaska 1984:93-94)

Questo tipo di conoscenza può giungere dalla memoria implicita/conoscenza non disponibile come ricordo o pensiero conscio, ma come un senso del modellare archetipico.

Una presenza è sentita incarnarsi nelle parole, nel lavoro artistico, o nella produzione drammatica.

Immagine e metafora potrebbero riuscire a catturare una vitalità integrata nei sistemi consci e inconsci che interagiscono, sono mobili, viventi.

Le metafore in analisi aprono il dominio di una interazione di gioco e permettono che molti elementi di una vita vengano interconnessi.Lo psicoanalista Arnold Modell (1997) discute il fatto che linguisti, neurobiologi, e psicoanalisti possano tramite la metafora condividere un paradigma comune.Mantiene le forze della coscienza poetica in relazione alle teorie contemporanee sulla memoria all’interno di un punto di vista emergentista.Dice:

La metafora, come la ricordiamo, riposa tra psicologia e fisiologia.Possiamo dire che la metafora rappresenta una proprietà emergente della mente.Forse la prova più chiara che la metafora è la moneta della mente è il fatto che il sognare, un processo neurofisiologico, genera automaticamente metafore visive…La metafora è una fondamentale e indispensabile struttura del modo umano di comprendere, una unità fondamentale e irriducibile di funzionamento mentale…Credo che affettività, metafora e memoria formino un sistema unificato sinergico.(Modell 1997:106)

Pally (1998:576) nota che sia Levin (1997) che Modell (1997) credono che l’uso di metafore serva anche alla coerenza integrativa bilaterale.Pally dice (1998:576), “con il contenere all’interno di quelle elementi sensori, immaginifici, emotivi, e verbali, si ritiene che le metafore attivino simultaneamente molti centri del cervello.”Questa simultaneità può essere il ponte operativo della funzione trascendente che relaziona conscio a inconscio, e affettività a intuizione e cognizione (Siegelmann,1990).Sottolineando l’importanza multimodale delle metafore, Hillmann afferma (1979:156) “Le metafore sono più che modi di parlare; sono modi di percepire, sentire e esistere.”Dal mio punto di vista, le metafore sono il veicolo per la conoscenza esplicita e implicita e favoriscono un complesso e completo strumento di espressione e comunicazione.

Nella prossima sezione dell’articolo, tenterò di considerare la bidirezionalità dell’influenza nello scambio Matisse-Picasso così come essa viene metaforicamente comunicata nelle immagini artistiche che uniscono il dominio implicito con l’esplicito e processi consci con inconsci e nonconsci.

Il dialogo artistico tra Matisse e Picasso durò cinquanta anni, a volte tra conflitti e competizioni, altre in armonica e sincrona risonanza.La loro influenza reciproca fu veramente bidirezionale ed è stata comparata a una partita di scacchi in cui ognuno muove cambiando il gioco e sfidando il partner a riflettere e riconsiderare la sua propria scelta creativa.Lo spettacolo del loro lavoro fianco a fianco promosso in associazione dal Tate Modern Museum (2002), dal MOMA (2003) e dal Pompidou Centre (2002) fa luce sull’effetto di amplificazione della loro interazione e ricorda una delle nozioni di Tronick sull’ “espansione diadica della coscienza.”Ognuno di loro considera l’altro, interpreta o, come Bloom direbbe, in Ansietà dell’Influenza (1973, 1997), fraintende l’altro portando a una visione o voce originale, così divenendo anche più se stesso nel lavoro.Sarebbe interessante tracciare un grafico dei loro momenti di incontro artistici in cui è evidente una reciproca influenza e momenti di ritiro quando entrambi, in un certo senso, guardavano da un’altra parte.L’oscillazione di questo grafico dovrebbe essere vista contro il background temporale, culturale della gran parte del milieu del XX secolo da cui il loro lavoro emerse.Di frequente all’apice creativo di organizzazione e caos le loro visioni e idee cambiarono per sempre il modo in cui guardiamo all’arte.Dice Bois (2001:16) “il loro dialogo è più che privato; è una matrice per molte istanze della storia delle arti figurative.”E’ attraverso il processo del loro dialogo interattivo artistico e personale che l’arte moderna è nata.

Un noto detto che Francois Gilot a volte attribuisce a Picasso, altre a Matisse, suona come:

Dobbiamo parlarci quanto più possiamo…quando muore uno di noi, ci saranno alcune cose di cui gli altri non saranno mai in grado di parlarsi.(Bois 2001:16)

La confusione di Gilot non sembra dovuta a difficoltà con la memoria come invece ritiene Bois (2001:16).Probabilmente dovremmo chiederci se stava convogliando il campo di esperienze emotive condivise che sentiva tra di loro.Gilot sembra aver rilevato la forza dell’attaccamento che era potente, vivo, e costruito in modo reciproco.Quando Gilot riporta quanto sopra come parole di Picasso, si dice abbia aggiunto “Tutto considerato, c’è solo Matisse”, cosa che apparentemente diventa un regolare refrain negli anni.In risonanza emotiva, Matisse diceva “C’è solo una persona che ha il diritto di criticarmi… è Picasso” (Golding 2002:24).Proseguendo nell’obiettivo condiviso di produrre arte, potremmo dire che le loro creazioni rappresentano il co-costruito terzo della relazione.L’ “altro” è incorporato e il prodotto è un tipo di risultato trascendente.Picasso diceva “Matisse sa che è impossibile per me non pensare a lui.Tra noi, c’è il nostro lavoro comune nella pittura e quando tutto è detto e fatto, è ciò che ci unisce” (Cowling 2002:7).Pensando alla tensione degli opposti, il contrasto tra i due è evidente e Matisse una volta rimarcò che lui e Picasso erano “…differenti quanto il Polo Nord lo è dal Sud” (Cowling 2002:7).Matisse, venti anni più vecchio di Picasso, era sempre vestito in modo impeccabile, aveva studiato legge, e sembrava un professore o un dottore (Flam 2003:17).Picasso è invece descritto basso con un corpo compatto ma virile, agile, e vestito con abiti da lavoro (Flam 2003:15). Quando si incontrarono nel 1906, Matisse viveva con la moglie e tre bambini: Picasso viveva in un mondo bohèmien circondato da altri artisti e scrittori.Socialmente adattato ma riservato e descritto come un solitario, Matisse non fu mai pienamente partecipe a gruppi mentre Picasso era carismatico e magnetico e divenne una stella dei media.Matisse lavorava con modelle in uno studio ordinato a a luce diurna; Picasso lavorava di notte in un ambiente caotico, mostrava a luce di candela i suoi lavori a amici, e dipingeva a partire dall’immaginazione.Matisse può essere visto come apollineo; Picasso, dionisiaco.In ogni caso, avevano in comune una ansietà sotterranea.Picasso è descritto dall’amante Fernande Olivier come “…preoccupato e preoccupante, con occhi scuri, profondi, penetranti che erano curiosamente tranquilli” (Cowling 2002:7).Nonostante una apparenza esteriore di calma e confidenza, Matisse lottò con agitazioni, paure e una insonnia che durò tutta la vita (Cowling 2002:8).

Nel 1942, Picasso comprò Still Life with Basket of Oranges che divenne la sua proprietà più pregiata.Teneva un posto importante in casa sua e nello studio e fu uno dei sette lavori di Matisse che egli possedeva e mostrava con orgoglio.A un certo punto, confidò a un amico “sento sempre più il bisogno di viverci insieme” (Baldassari 2002:81).Quando Matisse sentì che Basket of Oranges era sul mercato, era interessato a comprarlo, ma sapendo che già aveva fatto così Picasso, si commosse così che pianse.Le arance erano un potente simbolo di luminosità e speranza per Matisse e più tardi decise di avrebbe consegnato a Picasso una cassetta di arance ogni capodanno.

Un’altra storia toccante di scambio viene riportata da Francoise Gilot.Dopo la seconda guerra mondiale, sia Matisse che Picasso vivevano nel sud della Francia e si facevano visita l’un l’altro regolarmente.In una di queste occasioni Picasso portò a Matisse qualche lavoro recente tra cui il suo Winter Landscape del 1950.Matisse era a letto degente dopo un ricovero.Picasso appoggiò Winter Landscape sulla mensola di fronte a lui e Francois Gilot racconta (1990:223) “Matisse era colpito, come se lo fosse dalla luce.Si innamorò di quel quadro.”Matisse chiese di poterlo tenere per qualche tempo, cosa che Picasso accettò con riluttanza.Quando Picasso e Gilot tornarono a fargli visita due mesi più tardi, Matisse insistette per tenere Winter Landscape in cambio di uno dei suoi.Per Gilot, ciò terrorizzò Picasso, che vedeva il quadro come parte di una nuova visione del suo lavoro personale.Non fu raggiunto un accordo soddisfacente ma in ogni caso Winter Landscape fu lasciato ancora alle cure di Matisse.Alla terza visita, il quadro si trovava sulla mensola di fronte al letto di Matisse, ma questa volta circondato da quattro modelli di paramenti che dovevano essere indossati dai preti alla cappella di Vence, che Matisse stava disegnando.Questi modelli erano fatti di carta ritagliata dipinta a guazzo e sembravano affreschi.Dice Gilot, “ …avevano autorità e un senso di eternità…Parlavano di ‘vita divina’ ma non di una qualche particolare religione o culto” (Gilot 1990:228).La storia di interscambio intorno a questo evento è raccontata al meglio da Gilot quando dice:

Nel modello ritagliato per la casula rosa, visibile in basso nella parte sinistra della foto…l’intensità del colore era quasi accecante.La relazione del rosa-mauve con la vibrante luce oltremare richiamava Still Life with Oranges (1912) che abbelliva lo studio di scultura di Picasso a Parigi.Appeso al muro, si mostrava in aperta contraddizione con Winter Landscape, ma più in alto a sinistra la maquette preliminare per la casula nera forniva una misura di compensazione tra i principi estetici dei pittori.Curiosamente, nella sua decorazione si trovavano forme simili a palma, e un testo latino abbreviato, ESPER LUCAT (“Lascia splendere la speranza”), che sembrava avere una relazione importante con l’albero di palma che dava luce al panorama di Picasso.Più in basso a destra, dall’altro lato del camino, si poteva vedere un altro progetto per il paramento nero-bianco, anch’esso con il motivo della palma e questa volta con una luce che irradiava da tre lati.Nella parte destra in alto si trovava appeso un modello definitivo per la parte frontale della casula rosa, in modo che due ornamenti per la chiesa neri e i due rosa si richiamavano uno verso l’altro diagonalmente.Gioia e dolore, colore e luce, oscurità e illuminazione erano simultaneamente presenti e appaiati.Fu un magistrale tour de force.

Il gioco di rimandi tra i quattro paramenti e Winter Landscape era qualcosa da vedere – portava via il respiro.Per qualità, essi erano all’altezza uno dell’altro.Vedere questi capolavori insieme era una grande lezione di arte, così come una comunione con l’essenza di vita e morte.Ci fu un momento di silenzio nella stanza dove eravamo.Stava tutto lì, non c’era alcun bisogno di spiegazioni.I ritagli e Winter Landscape dicevano tutto senza parole, solo con forme e colori.

Winter Landscape rimase con Matisse a Cimiez ancora per un po’ di tempo.Ci fu un’altra discussione per uno scambio, ma Matisse non propose mai un quadro dei suoi che fosse all’altezza di quello.Le casule erano lo scambio ideale, e tutti noi li avevamo visti insieme sul muro.Matisse e Picasso avevano rivaleggiato, e nessuno era stato trovato mancante.

E così quando Pablo ebbe la necessità di riavere il suo quadro a Vallarius per essere fotografato in occasione di una nuova edizione di Verve dedicata alle sue recenti tele, sculture, e ceramiche, il suo amico non fu più riluttante a renderglielo.

Dal mio punto di vista, questo incontro suona piuttosto profondo poiché riesce a mettere insieme luce e ombra, vita e morte, gioia e lacrime.Matisse e Picasso avevano la capacità di bilanciarsi uno con l’altro con inaspettate scintille creative stimolate una dall’altra che li muovevano in nuove direzioni.Centrato intorno a un laboratorio potenzialmente generatore di calore, il loro lavoro insieme formò una completezza intera e trascendente, conferendo un potente sentimento religioso a ciò che Tronick chiamerebbe espansione diadica del conscio.La pittura scura, spagnola di Picasso trasudava sensualità terrena, organica, mentre le casule di Matisse, in contrasto, portavano una spiritualità aerea.Le casule raffiguravano la palma come una croce, stelle, e fronde stilizzate.Aveva trovato l’ispirazione nella pittura di Picasso e l’aveva trasportata nella direzione che gli era più propria.Ognuno favoriva l’individuazione dell’altro con straordinari risultati.Che fossero influenzati o che influenzassero riuscirono a mantenere integrità e identità personale.Questo interscambio fu un processo co-creativo di sistemi interagenti che includeva manifestazioni esplicite formate da conoscenza implicita di sé e dell’altro e del sé nell’altro.Il loro reciproco, adulto attaccamento fu uno degli elementi che conferì ricchezza alla complessità emergente.

Matisse visse altri quattro anni dopo questo episodio e morì il 3 novembre 1954.Sua figlia, la Marguerite del famoso quadro, chiamò Picasso tre volte per informarlo, ma Picasso si rifiutò di rispondere al telefono e non partecipò al funerale.Francois Gilot (1990:317) dice che Picasso “…sperimentò la morte dell’amico come una specie di prova…si sentì abbandonato.”Nel dicembre del 1954, Picasso lavorò su un tributo a Matisse pensando al quadro di Delacroix The Women of Algiers, uno dei preferiti di Matisse.Fece un ciclo di una cinquantina di tele di variazioni e disse, “Quando Matisse è morto, mi ha lasciato la sua odalisca in eredità, e questa è la mia idea di Oriente, anche se non ci sono mai stato” (Baldassarri 2002:333).

Women of Algiers, after Delacroix (Tela 0) di Picasso sembra contenere una immagine matissiana di donna nella figura verticale intera in primo piano con uno specchio sullo sfondo che riflette nello stile che è proprio di Picasso immagini femminili frammentate.Con il braccio sulla testa, ci ricorda le Demoiselles e le Three Women e la posizione in molti quadri di Matisse della Woman of Desire.Picasso incorpora il reciproco dialogo tra di loro includendo similitudini e differenze.Considera entrambe i lati, e convoglia il suo spirito e quello di Matisse.

“L’intimità tra i due artisti fu spesso mediata da un terzo artista, a volte un contemporaneo ma più di frequente un artista passato che entrambe ammiravano” (Baldassari 2002:334).Matisse e Picasso si consideravano eredi nella “grande catena degli artisti” (Baldassari 2002:334).Parlavano di “…come un artista del passato avrebbe potuto rimanere ‘vivo nella mente di un altro artista’ per mantenere la continuità della catena” (Baldassari, e altri, 2002:334).Parlando delle Women of Algiers, Picasso disse, “Qualche volta mi dico che forse questa è una eredità di Matisse.Perché non dovremmo ereditare dai nostri amici, dopo tutto?” (Baldassari 2002:334).

Continuando il dialogo, Picasso dipinse con la sua propria prospettiva ma anche immaginando l’immagine che Matisse aveva di Delacroix.In questa serie, scorgiamo conoscenza implicita di Picasso della mente e dell’espressione artistica di Matisse.Possiamo sentire la viva presenza trascendente di Matisse come essa si è incarnata tramite Picasso.Questo senso di uno per l’altro implicitamente comunicato è una reminiscenza dell’esperienza che avevo provato io riguardo al fratello morto della mia paziente o al riconoscimento di Wittgenstein nella sua studentessa da parte del professore, o ancora al mio ospite che nomina il mio analista.Tutti noi a livello subliminale ci portiamo altri non solo nella mente ma sul nostro volto, e nel nostro corpo, e con Matisse e Picasso, nelle loro creazioni.Fonagy parla della nostra necessità di vederci riflessi nella mente degli altri come di un elemento importante della percezione di sé e della relazione interpersonale.Un problema nasce quando non riusciamo a collocarci nella mente dell’altro.Capita di piangere specialmente se questo avviene nell’infanzia o nella prima adolescenza.Picasso e Matisse chiaramente erano capaci di collocarsi reciprocamente nella mente dell’altro.Diceva Matisse (Baldassari 2002:141) “Penso che alla fine, ci fosse una reciproca interpenetazione tra i nostri diversi percorsi.” E Baldassari e altri (2002:144) concorda con Fonagy quando dice,

Fu questo il modo in cui i due artisti si favorirono più fruttuosamente; non semplicemente prendendo a prestito dall’altro, ma anche dando; scoprendosinell’altro e, quindi, scoprendo l’altro in sé.

(Baldassari e altri 2002:144)

Ho tentato qui di sintetizzare le prospettive neuroscientifiche e della teoria dell’attaccamento della conoscenza implicita e esplicita.Spero, attraverso il materiale clinico, le mie esperienze, e la relazione tra Matisse e Picasso, che abbiate colto una comprensione essenziale della bidirezionalità dell’influenza e come essa possa operare nelle interazioni umane di ogni tipo.Il complesso processo di trasformazione è emergente all’interno dell’individuo, all’interno delle relazioni, e attraverso culture collettive.Come analisti ci poniamo al confine di ordine e caos, con aspettative dalla passata storia ma aperti fiduciosamente alla sorpresa e allo scambio creativo collaborativo.